Mansplaining: una nuova parola in cerca di traduzione
Marilicia Di Paolo
Nelle riflessioni e negli studi di genere, c’è una parola che circola da una decina di anni, ma che in Italia non ha ancora una precisa traduzione né una reale consapevolezza: «mansplaining». Secondo Know Your Meme, la parola appare per la prima volta in un commento su un blog pubblicato il 21 maggio 2008. Nel 2009 entra a far parte dell’ Urban Dictionary, nel 2012 dell’Oxford Dictionary ed è, attualmente, considerato uno dei termini più ingegnosi e utilizzati dalle femministe nei social networks. Il neologismo di origine anglosassone è formato da “man” (uomo), e il verbo “explain”, (spiegare). L’esatto significato ci giunge dalla scrittrice Lily Rothman che, nel The Atlantic, la definisce come “explaining without regard to the fact that the explainee knows more than the explainer, often done by a man to a woman”, mentre il direttore di Internazionale, Giovanni De Mauro, la definisce nel suo ultimo editoriale come: “L’atteggiamento paternalistico di un uomo quando spiega a una donna qualcosa di ovvio, o di cui lei è esperta, con il tono di chi parla a una persona stupida o che non capisce”.
Rebecca Solnit, considerata la creatrice del termine, nel suo articolo per il Los Angeles Times “Men who explain things“ (2008), racconta di un caso notevole di mansplaining subito durante un dialogo con un ricco pubblicitario in cui lui le dice: «Ho saputo che hai scritto un paio di libri». Lei, che allora, nel 2003, ne aveva scritti sei, risponde: «Ne ho scritti diversi, in verità» citando River of Shadows, il suo libro sul fotografo Eadweard Muybridge, che all’epoca era uscito da poco. Sentendo il nome il nome di Muybridge, l’uomo la inteompe per chiederle se aveva sentito parlare dell’importante libro su di lui che era appena stato pubblicato: senza saperlo stava citando proprio il libro di Solnit – che non aveva letto – non potendo pensare che lei ne fosse l’autrice. Rebecca Solnit, nel suo articolo, commenta: “Gli uomini spiegano le cose a me, e ad altre donne, anche quando non sanno di cosa stanno parlando. Alcuni uomini. Le donne sanno a cosa mi riferisco. A quella presunzione che a volte ci mette in difficoltà, che ci impedisce di esprimerci e di farci ascoltare, che condanna le più giovani al silenzio insegnandogli, come fanno le molestie per strada, che questo non è il loro mondo.”
Secondo il lessicografi statunitensi, la parola ha avuto un tale successo da generare altri composti formati dal prefisso –man. Queste tre lettere possono trasformare nomi, verbi o aggettivi in parole più grossolane, sessiste, volgari e persino infantili, come dimostra il seguente elenco:
- Manterrupting: interruzione del discorso non necessaria da parte di un uomo a una donna.
•Manderstanding: si dice di quelle battute sessiste tra uomini che solo essi possono capire; - Manslamming: il fenomeno degli uomini che non permettono a nessuno di entrare o uscire da spazi pubblici, provocando una “collisione”, quasi sempre con le donne;
- Manologue: il monologo di un uomo;
- Maspreading: la postura degli uomini, seduti a gambe così aperte da occupare il posto dei vicini”.
Questi termini forniscono un’etichetta per una realtà sociale comune e offensiva, che ci abitua a dubitare di noi stesse, ad autolimitarci, e allo stesso tempo rafforza negli uomini un’ingiustificata tracotanza.
Le parole descrivono fatti concreti, della mente, del mondo reale, del sogno. Dare un nome significa rendere visibile; ciò che manca di un nome non esiste. Esistevano così tante cose prima che venissero nominate, fatti fisici come i processi mentali, ma nominarli conferisce loro un’entità individuale, consente loro di studiarli e analizzarli. Sicuramente, mansplaining è un termine il cui significato trova eco in più di una donna, in più di una cultura. E se finora esisteva il comportamento, ora abbiamo anche la parola che lo descrive, dobbiamo solo riconoscerlo e, forse, in futuro, superarlo!
*Dottorato in Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche Università degli Studi di Napoli “Parthenope”
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