Un morso alla sfogliatella riccia, il dolce inventato dalle suore
– Tra i dolci tipici della tradizione pasticcera napoletana un posto di riguardo è, certamente, riservato alla sfogliatella. Insieme al babà e alla pastiera forma un trittico dolciario unico nel suo genere, le cui caratteristiche sono la singolare bontà, la semplicità degli ingredienti impiegati per la preparazione e la composizione delle loro forme. Dalle loro sagome è nata, poi, una specifica dimensione oleografica partenopea, il cui portato figurativo, ancora oggi, sollecita tutti i cinque sensi dell’immaginario collettivo, soprattutto quello afferente alla moltitudine di turisti che, ogni anno, giungono a Napoli. Non c’è un singolo visitatore, in giro per il centro storico dei decumani o per il percorso monumentale di via Toledo, disposto a rinunciare all’assaggio di uno di questi dolci, preferendo, per la maggiore, la mitica sfogliatella. Più duttile nella consumazione in stile take away, rigorosamente calda, riccia più che frolla, la sfogliata è, di certo, tra le “paste” più antiche di Napoli.
Secondo alcune narrazioni, pare sia stata creata dalle suore di clausura di San Gregorio Armeno. Complesso conventuale, da cui prende il nome l’omonima strada dei maestri presepiali, venne fondato, nel X secolo, sui resti del tempio di Cerere, divinità protettrice della terra e della fertilità. Questo santuario era tra i più importanti edifici sacri dell’antica Neapolis, visitato, per lo più, da donne che chiedevano grazie, interventi prodigiosi che garantissero una copiosa prole. Pertanto, recavano in dono a Cerere degli ex voto raffiguranti il proprio utero.
Le forme e le dimensioni di questi singolari oggetti devozionali, di cui alcuni esemplari si conservano presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, riportano a quelle della sfogliatella riccia: dalla sinuosità delle linee di contorno a quelle ondulate che ne coprono la parte superiore. Insiste tra questi ex voto e la sfogliata un interessante sincretismo pagano-cristiano, la cui definizione afferisce alle tematiche concettuali legate ai processi di morte, di rinascita e, più in generale, di ciclicità della vita.
La sfogliatella, di per sé, è un dolce tipico della tradizione conventuale, elaborato da donne che, non sempre per loro scelta, si erano votate alla clausura e pertanto risultavano esser morte per il “secolo”; difatti, non era possibile per loro aver contatti con nessuno e di conseguenza il loro carattere diveniva, negli anni, più aspro, tagliente nei tratti e nei modi; la dimensione immaginifica della natura umana di queste suore rimanda, per certi versi, alla sfoglia ruvida che l’avvolge superiormente; se, però, si riusciva a entrare nelle grazie di queste monache, lentamente si apriva un mondo fatto di dolcezza, la cui bontà è, ora, equiparabile a quella della sfogliata riccia, in quanto dopo aver dato il primo morso, il cui impatto non è subitaneamente felice, si comincia a gustare qualcosa di unico per la piacevolezza del sapore, delicato e sensuale allo stesso tempo.
Luigi Fusco – Docente di italiano e storia presso gli Istituti Superiori di Secondo Grado, già storico e critico d’arte e guida turistica regione Campania. Giornalista pubblicista e autore di diversi volumi, saggi ed articoli dedicati ai beni culturali, alla storia del territorio campano e alle arti contemporanee. Affascinato dal bello e dal singolare estetico, poiché è dal particolare che si comprende la grandezza di un’opera d’arte.
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