Una parola al mese. Metaverso, al di là del reale
-Fin dall’antichità, l’uomo ha sempre voluto intervenire sulla realtà, modificandola e plasmandola a suo piacimento, tentando a volte di valicare confini che per sua stessa natura – finita e pertanto incompleta – sono irraggiungibili. Laddove non ci è riuscito, ha attinto dall’immaginario umano, creando mondi e realtà virtuali, come ad esempio attestano la letteratura fantascientifica, prima, e quella cinematografica, poi. “Dio promette la vita eterna”, disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio”. Questa citazione, tratta dal romanzo fantascientifico Le tre stimmate di Palmer Eldritch (1965) dello scrittore statunitense Philiph K. Dick, è profetica. Dick difatti anticipa l’idea di “mettere in commercio” la vita oltre il mondo reale, prefigurando, in poche parole, il “metaverso”, sebbene l’ideazione di tale neologismo non sia sua. Il lemma “metaverso” è una parola macedonia (ing. blend) modellata sull’inglese metaverse, formato dal prefisso greco meta- (“con, dietro, oltre, dopo”) e il sostantivo (uni)verse, “universo”. Il termine è stato coniato dallo scrittore nordamericano Neal Stephenson nel romanzo cyberpunk Snow crash (1992), dove, indicato come toponimo e scritto con la maiuscola, il Metaverso designa un luogo pensato per sfuggire a una realtà opprimente e insopportabile in cui vengono trasposte tutte le attività umane, con proprie regole. Il sostantivo è registrato dalla maggior parte dei dizionari inglesi (Oxford Dictionary, Collins Dictionary, Cambridge Dictionary, Merriam-Webster) come un tecnicismo dell’informatica. È curioso notare invece come in Italia, se da una parte il termine “metaverso” appariva per la prima volta grazie all’edizione italiana del romanzo Snow crash (1995), dall’altra, nel 1993, ne esisteva già un omonimo: Stefano Bartezzaghi, nella rubrica Tuttolibri de La Stampa parlava, riferendosi alla poesia, di “metaversi”, ovvero di “versi nei versi”. Come attesta la Treccani, trattasi di occasionalismo. In realtà, anche il neologismo di Stephenson ha poca fortuna e, in seguito, il termine, indicante una generica realtà virtuale, passa da toponimo a nome comune. Tuttavia, fino al 2021 la presenza del lemma “metaverso”, scritto con la minuscola, è discontinua e la sua frequenza bassa. È con Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato del gruppo Facebook, che tale neologismo registra un’impennata nelle attestazioni. A ottobre del 2021, egli annuncia il cambio di nome della propria azienda in Meta, appellativo che fa appunto riferimento al termine metaverse. Ma cos’è il “metaverso” dopo l’annuncio della svolta di Facebook? Si tratta di un “insieme di ambienti virtuali tridimensionali in cui le persone possono interagire tra loro attraverso avatar personalizzati” (Accademia della Crusca), “grazie alla realtà aumentata, alla realtà virtuale e alla realtà mista” (Treccani). “Come internet, il metaverso vi aiuterà a connettervi con le persone quando non sarete fisicamente nello stesso posto e vi renderà ancora più vicini alla sensazione dello stare insieme”, si legge sul sito di Meta. Tramite un nostro avatar – una versione digitale di noi stessi – si potrà lavorare, giocare, studiare, fare acquisti. Si parla, ad esempio, della possibilità di partecipare ad un concerto virtuale con gli amici, di lavorare condividendo una tavola rotonda virtuale con i colleghi – gli incontri da remoto tramite Zoom o Teams saranno solo un lontano ricordo –, di giocare a scacchi utilizzando gli ologrammi, e molto altro. L’accesso al “metaverso” sarà possibile tramite apparecchiature digitali come smartphone, computer, occhiali sviluppati ad hoc, visori e così via. La vasta risonanza mediatica dell’evento ha fatto sì che il termine subisse un forte rilancio e una
diffusione anche al di fuori del settore specialistico della letteratura fantascientifica. Il “metaverso” non è ancora una “realtà” ben definita, ma è una parola sempre più usata, soprattutto nei titoli clickbait. Sarà veramente il futuro come ci viene preannunciato (e in tal caso ci vorrà almeno una decina di anni, come si legge sul sito di Meta), oppure è solo una trovata di marketing per risollevare le sorti di un’azienda che stava perdendo popolarità? Ma soprattutto, abbiamo realmente bisogno di qualcosa che rischia di disumanizzare le relazioni fisiche tra le persone e di aumentare esponenzialmente la solitudine percepita nel reale?
*Dottorato in Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche – Università
degli Studi di Napoli “Parthenope”
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